La cultura comune oggi necessaria è costituita da competenze riguardanti la comunicazione, la progettazione flessibile, la conoscenza di se stessi e degli ambienti di riferimento e la costituzione di forme di unità tra individui e gruppi diversi, in una realtà sociale complessa. Per sviluppare la riflessione su tali temi, riteniamo opportuno prendere in considerazione alcune caratteristiche delle società contemporanee, che determinano rilevanti bisogni di orientamento.
Comune cultura “politica” e società contemporanea
Pur con la consapevolezza che le società occidentali contemporanee, anche quelle locali, che corrispondono ad ambienti socioeconomici cir co scritti territorialmente, sono am piamente differenziate, è opportuno individuare alcune linee di tendenza al mutamento e alcune questioni co muni, almeno ad un certo livello di generalizzazione. Le più rilevanti linee di tendenza sono:
- l’indebolimento delle culture di base e del capitale sociale, che si riflette negativamente sulle forme di socializzazione e di riproduzione dei legami sociali. Tale indebolimento è determinato da diversi fattori, fra i quali molto importanti sono il processo di “secolarizzazione” anche dei valori laici condivisi e l’incremento dei mezzi di comunicazione. Se infatti il concetto di “secolarizzazione” è usato per esprimere la perdita del riconoscimento di universalità di alcuni valori e la riduzione della loro funzione di orientamento delle attività delle persone, può essere “applicato” anche a valori laici, che hanno fondato, nei decenni scorsi, la scrittura o la ridefinizione delle costituzioni di molti stati occidentali. Più oltre, sarà esplorata la possibilità di un diverso significato del concetto. L’impiego della cultura di base per fronteggiare nuove situazioni, anche come capitale sociale in relazione alle attività economiche, non è inoltre accompagnato da una sua ricostituzione, a causa dell’impossibilità di rielaborare le regole del mercato come elementi della cultura sociale e di rigenerare tradizioni culturali locali attraverso mezzi politico-amministrativi;
- l’aumento eccessivo di complessità interna e l’incremento di forme di differenziazione non funzionale. Lo sviluppo del welfare state e la crescita delle organizzazioni, anche di tipo non pubblico, per fronteggiare i mutamenti dei bisogni sociali e della domanda di beni e di servizi hanno spinto ad una progressiva articolazione interna delle strutture e ad uno sviluppo di forme di partenariato. In molti casi, tuttavia, si è verificata una perdita di funzionalità e di integrazione, poiché la rigidità implicita in organizzazioni tradizionali, anche complesse, ad un certo punto non ha più corrisposto al bisogno di flessibilità, di orientamento allo scopo e di efficacia;
- la perdita di rilevanza delle collettività a livello locale e di stato nazionale, con un rafforzamento di istituzioni pubbliche di tipo regionale e di tipo sovranazionale. Questi nuovi tipi di aggregazione, che dovrebbero implicare anche forme di identità, rispondono bene all’esigenza di definire politiche pubbliche complessive, per un’area omogenea o per un insieme di società correlate, ma generano la necessità di affrontare il problema dell’unità e del coordinamento di soggetti diversi, che restano tali ed anzi vengono valorizzati nella loro specificità. Tale problema risulta incomprensibile e insolubile se si utilizzano concezioni tradizionali relative all’identità intesa come un insieme di caratteristiche assolutamente individuali, che restano costanti nel trascorrere del tempo, o relative alla società intesa come un insieme di soggetti omogenei, che condividono valori sostanziali ed una storia comune;
- la necessità di un confronto fra gruppi molto diversi all’interno di una società o fra società diverse. Le trasformazioni culturali, la minore condivisione di valori e stili di vita e i movimenti di gruppi di popolazioni diverse generano situazioni di frammentazione e di conflitto. Queste non possono essere risolte attraverso il riferimento allo schema concettuale che rappresenta una serie di contrapposizioni dialettiche che si risolvono in unità attraverso il riconoscimento di caratteristiche comuni. Le forme di unità, che sono necessarie, derivano soprattutto dalla “condivisione” di problemi, ma devono essere realizzate come il punto di arrivo di un processo nel quale avvengono interazioni significative fra soggetti che restano diversi ed anzi valorizzano la loro specificità, in quanto è il fondamento della loro partecipazione ed è la risorsa da mettere in gioco nella ricerca di una soluzione ai problemi comuni;
- lo sviluppo di una omologazione dei comportamenti e delle motivazioni, unito ad una chiusura in piccoli gruppi. Con l’indebolimento delle forme di integrazione e di identità collettiva, il bisogno di identificazione, anche in vista della costituzione dell’identità personale, è soddisfatto solo parzialmente attraverso l’adesione a tendenze generalizzate al consumo degli stessi beni, dall’accettazione di atteggiamenti o comportamenti stereotipati e all’adesione passiva ad alcuni valori espressi in modo generico, che non richiedono, quindi, un conseguente impegno responsabile. A ciò corrisponde una tendenza alla chiusura in gruppi ristretti, per interessi particolari relativi all’uso del tempo libero o all’impegno in attività di volontariato, ad esempio, oppure per un impegno di tipo religioso. Tali gruppi tendono a riprodurre in microcosmi quei legami che si sono indeboliti a livello della collettività più ampia, ma realizzano una sorta di individuazione vincolata, senza permettere una effettiva “originalità” personale.
Queste tendenze al mutamento, per essere comprese, richiedono la formulazione di alcune questioni che, in via preliminare ed intuitiva, riguardano:
- la promozione e la regolazione (culturale e politica) di uno sviluppo globale e sostenibile;
- la crescita della decentralizzazione basata su un’autonomia responsabile e sulla corresponsabilità di fronte ai problemi delle società locali;
- la costruzione di identità relazionali a livello individuale e collettivo;
- la costituzione di forme di integrazione sociale e sistemica e di forme di società fra soggetti diversi.
L’interpretazione delle tendenze al mutamento e la formulazione delle questioni corrispondenti non possono essere effettuate attraverso teorie sociali elaborate utilizzando i due paradigmi finora prevalenti nell’analisi delle società contemporanee. Un paradigma è un insieme integrato di presupposti, di metodi e strumenti che permettono di rappresentare e interpretare generalizzazioni empiriche. Il paradigma “sistemico” (basato sull’attenzione ai rapporti funzionali tra individui che svolgono ruoli diversificati, sull’interiorizzazione di valori comuni e su un’organizzazione strutturata che viene stabilita preventivamente in un modello che è poi applicato e mantenuto costante, anche se con alcuni elementi di flessibilità) non permette di dare un senso rilevante ad alcune trasformazioni che sono avvenute, come le nuove forme di interazione e di comunicazione fra soggetti diversi, né ad alcune innovazioni che non state definite normativamente, come l’autonomia e la decentralizzazione.
Il paradigma dell’“individualismo metodologico” (basato sull’attenzione alle motivazioni e agli interessi del singolo individuo), pur essendo maggiormente adatto a rappresentare alcune caratteristiche delle società contemporanee, prende in considerazione le aggregazioni temporanee di persone con interessi simili e incontra alcune difficoltà nell’interpretare legami collettivi di altro tipo.
Un nuovo paradigma per l’analisi della società potrebbe essere costruito attorno ad alcuni concetti che sono stati definiti negli ultimi anni e che riguardano:
- l’esistenza di una società decentralizzata e fondata sull’inclusione realizzata come riconoscimento reciproco di persone e di gruppi diversi, che costruiscono forme di integrazione e di legame sociale congrue con quelle, più globali, che sono proprie della sfera dei mondi della vita quotidiana;
- la possibilità di interazioni significative che siano basate su forme di agire comunicativo mirato alla comprensione reciproca e all’intesa fra persone diverse, attraverso un uso pubblico della ragione su questioni rilevanti e riguardanti una collettività di persone anche diverse;
- la democrazia deliberativa, che è fondata su un nuovo rapporto fra società civile e sfera politico- amministrativa e si realizza quando sfere pubbliche della comunicazione sociale e politica possono realizzare un’“anticipazione normativa”, e cioè individuare scelte collettive congrue con le posizioni e le condizioni diverse di tutti gli interessati e proporre ai propri rappresentanti soluzioni che possano fondare norme e regole efficaci elaborate attraverso procedure tecniche e scelte politiche;
- il nuovo modello organizzativo basato sulla rete di relazioni che vengono scelte e costituite da chi le realizza, con un impegno a definire caratteristiche rilevanti di tali relazioni.
Nel paradigma “comunicativo”, che può nascere dallo sviluppo della riflessione su tali concetti, assume un valore centrale la concezione della cultura comune di tipo procedurale, che permette un diverso tipo di “secolarizzazione” degli insiemi di valori che si fronteggiano nella società civile di una collettività nazionale e fra società diverse. Nella contrapposizione tali insiemi devono essere meglio precisati e predisposti per una comprensione da parte di persone diverse e i loro sostenitori assumono una disposizione al confronto e all’intesa.
Come appare evidente, la creazione di tale cultura comune, di tipo procedurale e “politica”, nel senso che riguarda questioni collettive e le modalità o le competenze per affrontarle, costituisce una realtà difficile da realizzare ed anche difficile da concepire con schemi concettuali tradizionali. Infatti, la creazione e la condivisione di elementi culturali dovrebbe presupporre già il possesso di qualcosa di comune, ma ciò vorrebbe dire postulare il risultato di un’attività che invece viene proposta come fondativa ed effettuata da individui e gruppi, in linea di principio, anche totalmente diversi.
Una risposta diretta e semplice a tale problema non esiste ancora, ma possono essere fatte alcune considerazioni. Innanzitutto, bisogna essere consapevoli del fatto che le società occidentali sono in una situazione nella quale è estremamente urgente trovare nuove forme di integrazione e di unità fra soggetti diversi, a ogni livello di attività. Si tratta di definire, inoltre, le condizioni e le caratteristiche possibili di un processo, per verificare poi se effettivamente viene realizzato qualcosa che possa essere meglio compreso attraverso le procedure e le realtà che vengono ipotizzate. Non si tratta, quindi, di costruire un modello o un “pacchetto” di attività sostenendone la verità assoluta, in qualunque situazione operativa.
Con queste premesse possiamo individuare un’alternativa preliminare: ciascun gruppo, piccolo o grande, può scegliere o non scegliere di condividere una cultura comune che permetta di affrontare questioni nelle quali è coinvolto assieme a soggetti diversi. Nel primo caso, si avvia un processo; nel secondo, si determinano le condizioni per un conflitto.
Il processo di definizione della cultura comune può avvenire attraverso un’autoriflessione sulle proprie tradizioni culturali, nella prospettiva di una “secolarizzazione” del secondo tipo indicato in precedenza. Inizialmente, ciò può avvenire da parte dei gruppi nei quali è segmentata una società esistente, gruppi che non sono solo etnici, ma derivano anche dalla differenziazione di stili di vita, dalla costituzione di subculture e dalla maggiore “lontananza” culturale fra generazioni.
In una società determinata e in riferimento ad una cultura tradizionale, è forse più facile individuare quelle competenze procedurali e alcune motivazioni o atteggiamenti che permettono di abilitare di nuovo le singole persone a produrre collettivamente intese e cultura condivisa rispetto a problemi o aspetti comuni della vita quotidiana e sociale. Se ciò viene realizzato, può essere possibile che sia “continuato” nei rapporti fra società molto diverse. In sostanza, l’unica condizione preliminare condivisa sembra che debba essere la scelta rispetto all’alternativa indicata in precedenza. L’esito di un tale processo non è scontato e dipende molto dalla formazione culturale delle persone che devono realizzarlo.
Comune cultura “politica” e orientamento
Alle immagini di società che sono collegate ai tre paradigmi indicati corrispondono concezioni diverse dell’orientamento. Il “sistema sociale” implica uno sviluppo della diffusione delle informazioni e della diagnosi psicoattitudinale, allo scopo di “collocare le persone giuste al posto giusto”. Queste azioni di orientamento potevano avere un significato quando i percorsi di studio e gli insiemi di figure professionali erano definiti e restavano identici per lunghi periodi.
Appaiono oggi fortemente limitate e obsolete rispetto alle trasformazioni e ai problemi che caratterizzano la società contemporanea. Inoltre, la ricerca di informazioni e una loro corretta utilizzazione richiedono competenze non sempre possedute dai giovani e la diagnosi, unita ad indicazioni vincolanti, implica la passività e l’eteronomia nelle scelte.
In riferimento ad una “società degli individui” è stato ritenuto opportuno sviluppare il bilancio delle competenze e le tecniche di empowerment e di counselling, per favorire il “successo” delle scelte individuali. Queste tecniche sono certamente più adeguate ad abilitare i giovani ad una maggiore autonomia e ad una progettualità efficace. Tuttavia, non possono costituire da sole il contesto dell’orientamento perché corrono il rischio di ridurlo ad un insieme non organico di momenti isolati e sussidiari rispetto alle attività didattiche. Le tecniche, prodotte necessariamente da specialisti, devono essere utilizzate, anche da docenti, nell’ambito di un percorso formativo.
In una “società decentralizzata ed inclusiva”, che può corrispondere al paradigma comunicativo, le attività di orientamento appaiono attualmente il luogo più idoneo per riflettere sulla comune cultura “politica”, per definirne le caratteristiche e per contribuire a potenziarla. In questa prospettiva, molte delle attività che ora appaiono troppo specifiche e legate a specialismi tecnici (di tipo informatico, per la diffusione delle informazioni, e di tipo psicologico o pedagogico, per quanto riguarda la formazione e la scelta del singolo individuo), possono trovare un senso se vengono collocate in un contesto più ampio, che è educativo e sociale e riguarda il senso della costituzione della cittadinanza, oltre la scelta del proprio futuro da parte del singolo individuo. Questa non deve essere un’azione solitaria in un ambiente che viene genericamente presupposto come un “caos” non ordinabile oppure come un supermercato che contiene oggetti di scelta già confezionati.
Come dovrebbero essere realizzate le attività di orientamento per costituire il luogo di elaborazione di una comune cultura “politica”? Innanzitutto è possibile individuare quali possono essere gli oggetti di una cultura comune fra individui diversi, con l’obiettivo che tale cultura metta in grado di raggiungere intese sostanziali, congrue con ciascuna delle posizioni specifiche, che vengono quindi mantenute e valorizzate. In riferimento ad una situazione di forte diversità, e cioè al caso estremo nel quale esiste solo una disposizione preliminare all’interazione e all’intesa, gli oggetti sono costituiti da competenze relative alle seguenti realtà:
- una migliore conoscenza di una situazione che “contiene”, di fatto, individui e gruppi differenti, ciascuno dei quali a titolo diverso ha il diritto a sentirsi parte di quella situazione;
- l’individuazione delle reali caratteristiche dei problemi comuni;
- la creazione di forme di organizzazione delle relazioni, fondate su una logica diversa da quella dei sistemi rigidi, di tipo razionale o tradizionale;
- le modalità di comunicazione che sono utilizzate nei diversi contesti culturali o nei diversi mondi della vita quotidiana.
Questa ricerca di competenze può essere realizzata da tutti i soggetti istituzionali impegnati nell’orientamento in una determinata società locale. Gli istituti scolastici e le università possono realizzare attività specifiche riguardanti la rielaborazione riflessiva delle diverse tradizioni culturali, con lo scopo di trovare elementi comuni riguardanti competenze, ma anche motivazioni, atteggiamenti e valori che possono essere elementi da tematizzare in vista di interazioni significative fra individui diversi. In questo modo, diventa “inevitabile” un forte collegamento fra insegnamento di contenuti disciplinari e orientamento. Le scuole e le università possono inoltre avere il compito specifico di formare le competenze che costituiscono il contenuto prevalente della comune cultura “politica”, attraverso attività intenzionali e attraverso una revisione consapevole del “curricolo nascosto” oppure dell’ambiente educativo. In questo modo, possono costituire al loro interno un “laboratorio” che anticipi situazioni di unità sociale di soggetti diversi ed abiliti i giovani a realizzarle concretamente nei loro ambienti.
Gli enti locali, e particolarmente le Regioni e le Province, possono contribuire in modo determinante alle attività di orientamento, con ruoli specifici che dipendono dalle loro caratteristiche istituzionali e dal fatto che agiscono con gruppi ristretti di giovani e in tempi limitati. Il primo impegno rilevante può riguardare la raccolta e la diffusione di corrette informazioni sull’offerta formativa e sulla domanda di lavoro. Spesso non vengono percepite, neanche dagli operatori, l’importanza della configurazione delle informazioni diffuse e la valenza formativa del modo in cui vengono proposte.
Una comune cultura “politica” si fonda anche, come si è detto in precedenza, sulla condivisione della rappresentazione di una comune situazione. Il collegamento fra informazioni sui percorsi di studio e sul mercato del lavoro o i bisogni di professionalità può essere inoltre realizzato solo da strutture pubbliche che hanno la competenza istituzionale di promuovere e regolare lo sviluppo globale di un territorio. Gli enti locali hanno anche la possibilità di reperire e mettere a disposizione risorse monetarie e competenze specialistiche per supportare la creazione e lo sviluppo di una comune cultura “politica”. Infine, possono svolgere una funzione di collegamento e costituire le condizioni per interazioni sempre più allargate, affinché tale cultura sia continuamente ridefinita con la partecipazione di un numero sempre maggiore di soggetti.
Lo sviluppo di una cultura comune deve essere continuamente verificato e, in questa prospettiva, assumono un significato anche più rilevante le indicazioni, più volte contenute in questa rivista, riguardanti l’importanza della valutazione della formazione culturale orientante, e non solo dell’apprendimento dei contenuti disciplinari. È poi estremamente necessario, e congruo con l’importanza attribuita alla cultura comune, rilevare e diffondere le esperienze migliori, senza proporle come modelli rigidi da replicare, ma indicandole come esempio di attività efficaci e possibili. Questa funzione di valutazione deve essere realizzata sia dalle istituzioni educative che dagli enti locali, sulla base dell’incontro di autonomie diverse fondato sulla corresponsabilità.
Se queste azioni vengono realizzate e si determinano le condizioni per l’individuazione di una comune cultura “politica”, che produce forme di integrazione e di unità sociale, è molto probabile che le caratteristiche generali delle società locali e generali possano diventare più positive, dal punto di vista di coloro che ne fanno parte, e che siano risolti anche i problemi individuali. In questo contesto, infatti, le scelte e il progetto individuale possono trovare condizioni migliori di realizzazione.
Alcuni problemi da affrontare e perché affrontarli
Come abbiamo già detto, ci rendiamo conto del fatto che le riflessioni e le indicazioni proposte in questo editoriale individuano soltanto un possibile fondamento delle attività di orientamento, che le inserisce in processi educativi permanenti e in dinamiche sociali. Tuttavia, questo fondamento può essere rilevante per “orientare” la riforma del ruolo delle scuole e delle università e per legittimare ulteriormente le funzioni di governo dello sviluppo da parte degli enti locali.
La realizzazione di questa funzione dell’orientamento può incontrare, tuttavia, alcuni problemi derivanti dall’autoreferenzialità delle singole discipline, quando esse non realizzano un’interazione che definisca progressivamente una teoria della società e dell’individuo, intesa come luogo di confronto e di elaborazione di fondamenti di analisi e di azioni e più congrua con un paradigma che permetta di individuare e di dare senso a realtà significative e corrispondenti a trasformazioni e bisogni degli individui e delle società contemporanee.
In corrispondenza, altri problemi derivano dalle difficoltà di interazione e di coordinamento dei diversi soggetti, pubblici e privati, che realizzano attività di orientamento. In questo caso, il pericolo maggiore risulta dal fatto che l’efficacia di tali attività è molto ridotta ed anzi ai giovani arrivano sollecitazioni e “messaggi” diversi. Inoltre, si verifica spesso un’inutile duplicazione di interventi, oppure questi sono troppo “mirati”, nel senso che riguardano un numero ristretto di persone, che possono risultare privilegiate rispetto ad altre, non inserite in sperimentazioni o in progetti speciali.
Questi problemi, intrecciandosi, costituiscono una questione che deve essere oggetto di consapevolezza e di sviluppo di competenze da parte di figure professionali che si occupano di insegnamento oppure dell’uso di tecniche di tipo psicologico, altrimenti l’attività di queste figure rimane limitata oppure si risolve in un “recupero”, a livello individuale, di effetti negativi delle dinamiche sociali e l’orientamento non abilita a partecipare attivamente con un progetto, ma spinge ad un adattamento passivo.
Non intendiamo proporre una combinazione eccessiva di competenze diverse in una stessa figura professionale. In effetti, i risultati più efficaci derivano sempre da un lavoro coordinato, da parte di un gruppo di docenti e di un insieme di esperti diversi. Questi devono, tuttavia, condividere una “cultura comune” che è costituita dalla consapevolezza, dalle conoscenze e dalle competenze necessarie per realizzare un lavoro insieme, di fronte alla sostanziale unità di una persona e ai legami di fatto che ciascuna persona ha con le altre nell’ambiente nel quale vive.
Editoriale pubblicato su Magellano. Rivista per l’orientamento Anno III dicembre 2002 n. 13 pp. 1-6. Per gentile concessione di Magellano. Rivista per l’orientamento. Iter Institute for Training Education and Reserach, Firenze.