Le difficoltà attuali dell’orientamento
Le difficoltà attuali dell’orientamento derivano come “effetti perversi” da due processi di trasformazione e non solo da carenze o da disfunzioni. Il primo processo è costituito, paradossalmente, dallo sviluppo di attività di orientamento e di tutorato. L’impulso e i finanziamenti messi a disposizione dai Ministeri impegnati per l’orientamento scolastico e professionale e dalle Regioni, assieme all’iniziativa autonoma di scuole e università, ma anche di soggetti privati, hanno determinato una crescita consistente delle attività di orientamento. Ancora queste non sono diffuse in modo uniforme e non sono sufficienti nel numero, ma il loro insieme rappresenta un notevole cambiamento rispetto a ciò che esisteva nella prima metà degli anni Novanta. Tuttavia, la crescita accelerata ha determinato alcuni problemi che ancora non sembrano trovare una risposta adeguata. Alcuni sono collegati alla crescita in modo “fisiologico”, altri possono essere interpretati come “effetti perversi”. Fra questi i più importanti sono quelli che riguardano il coordinamento territoriale delle diverse attività, il confronto di diverse concezioni dell’orientamento (ad esempio, quella più orientata ad interventi specifici di counselling e di bilancio delle competenze e quella, invece, che considera l’orientamento come un lungo processo formativo intrecciato alle attività didattiche), la diffusione e la valorizzazione di esperienze significative e di pratiche migliori, e infine la verifica dei risultati.
Il secondo processo è costituito dalla realizzazione contrastata della riforma delle scuole e delle università. In questo caso, dobbiamo fare una distinzione. Un processo di trasformazione di istituzioni pubbliche implica sempre dei disturbi nell’elaborazione e nella diffusione delle informazioni riguardanti l’uso dei servizi e la partecipazione dei cittadini alle attività collettive. Nel caso dell’orientamento informativo, è normale che il mutamento dei principi, degli scopi e delle caratteristiche delle istituzioni educative generi difficoltà riguardo ai contenuti delle informazioni, ma tali difficoltà si aggravano ed assumono caratteristiche “perverse”, se non risulta chiara la direzione del mutamento, se mancano strutture definite con le quali interagire e se i mutamenti sono annunciati dicendo solo che sono auspicabili e possibili. Con questo non si vogliono attribuire delle colpe: una trasformazione profonda richiede sperimentazione, verifica e correzioni in corso. Si vuole soltanto manifestare difficoltà che richiedono mutamenti di atteggiamenti anche nella cultura che orienta la produzione e la ricezione di informazioni. Un altro “effetto perverso”, in questo caso dell’autonomia ma anche della situazione di incertezza riguardo ai tempi e agli esiti della riforma, è costituito dalla trasformazione dell’attività di informazione in marketing pubblicitario, che, se pur legittimo in un regime di concorrenza, rischia di disorientare gli studenti quando è definito come “orientamento”.
I due processi combinati determinano ulteriori effetti negativi, ad esempio sull’orientamento formativo, poiché la mancanza di un’idea unitaria e condivisa del ruolo e delle funzioni della scuola e dell’università disturba i processi di scelta e di socializzazione agli ambienti di studio. Vi sono, inoltre, difficoltà nell’orientamento professionale, perché manca la corrispondenza tra una preparazione efficace ed i bisogni di professionalità per le attività di lavoro e di cultura per i ruoli di cittadinanza attiva. A tali difficoltà si sommano quelle derivanti dalle incerte direzioni dello sviluppo economico.
La questione della cultura comune
In questa situazione, un modo di reagire attivamente consiste nell’individuare funzioni rilevanti dell’orientamento, che risentano meno dei problemi indicati ed anzi possano aiutare a risolverli. Una delle funzioni dell’orientamento formativo, intrecciato alle attività didattiche curricolari, consiste nel garantire una cultura comune riguardante le questioni pubbliche e le forme di decisione collettiva. Una formazione implicita di tale cultura avviene abitualmente anche nell’ambiente scolastico e universitario in vari modi, attraverso, ad esempio, “l’ambiente educativo” (costituito dall’organizzazione delle attività e dalle regole di comportamento imposte), gli atteggiamenti degli insegnanti, particolarmente nella valutazione del rendimento, e la percezione del ruolo dell’istruzione, e quindi delle istituzioni educative, rispetto alle realtà sociali ed economiche. La formazione più esplicita di tale cultura è stata prevista come effetto dell’insegnamento dell’educazione civica.
Da questi fatti risulta che la cultura comune riguardante questioni sociali e politiche è stata considerata finora soprattutto come un insieme di contenuti da trasmettere e, in modo meno esplicito, un insieme di competenze indotte dalla frequentazione delle istituzioni educative o dall’apprendimento di tali contenuti. Anche a livello sociale la cultura comune è stata considerata un insieme integrato di contenuti (valori, stili di vita, dottrine religiose ed elementi ideologici), l’adesione ai quali poteva garantire la soluzione del problema dell’unità e lo sviluppo di forme di integrazione.
In effetti, la realtà era costituita da diverse culture e da tendenze particolaristiche, ma comunque esistevano degli elementi che in qualche modo le collegavano e permettevano alcune forme di discorso pubblico e di unità. La concezione, ad esempio, di un conflitto generalizzato tra due ideologie e tra due blocchi di Paesi ha permesso un’identificazione compatibile con molteplici forme differenziate di individuazione. Inoltre, l’adesione a valori fondati da un lato sulla religione cattolica e dall’altro sul socialismo ha permesso la riunificazione ad un livello superiore di tradizioni culturali locali molto eterogenee. Questi elementi “unificanti” sono scomparsi o si sono fortemente indeboliti. La frammentazione derivante dall’indebolimento di tali elementi e il mutamento veloce e generalizzato di condizioni di vita hanno generato una “complessità disorganizzata”, che appare insostenibile, e gravi disturbi nei processi di socializzazione e di costituzione di identità collettive.
Nell’attuale fase di incerta transizione è necessario un nuovo significato di cultura comune. Alcuni elementi per questa nuova definizione possono derivare da un esame dei concetti, e delle relative analisi, che sono disponibili in riferimento alla situazione italiana, oppure per le forme di possibile integrazione europea o, ad un livello più astratto, per tutte le società occidentali. Tuttavia, bisogna tener conto del fatto che tali concetti ed analisi hanno spesso la caratteristica di unire diagnosi fortemente critiche e auspici per la diffusione di elementi nuovi che non esistono.
Gli elementi culturali diffusi e quindi propri di molti cittadini, ma non tali da accomunarli intorno a qualcosa di realmente condiviso, sono stati individuati criticamente nel familismo e nel localismo, in un realismo disincantato che spesso conduce al qualunquismo, nel consociativismo, nella conflittualità fra gruppi e fra élite, nella sfiducia nei confronti delle istituzioni pubbliche, unita ad un loro uso privatistico e nella concezione della politica come somma conflittuale di particolarismi.
Invece, i concetti per indicare qualcosa di comune da un punto di vista culturale sono raggruppabili in tre insiemi. Il primo contiene concetti che mirano ad individuare, in modo abbastanza neutro, gli elementi comuni: tali concetti sono “cultura di base”, “cultura di sfondo” o “senso comune”. Il secondo contiene concetti come “opinione pubblica” e “capitale sociale”, che esprimono una funzione attiva, o la possibilità di avvalersi, di ciò che è comune. Il terzo, infine, contiene concetti generalmente usati per esprimere elementi positivi che mancano o sono presenti in modo insufficiente, come “senso civico (civicness)”, “religione civile” e “etica pubblica”.
Un’adeguata esposizione ed un confronto delle riflessioni e delle analisi condotte attraverso tali concetti sono impossibili in questa sede, tuttavia può essere utile una considerazione generale. I concetti che esprimono diagnosi critiche e quelli che indicano ciò che dovrebbe essere, ma non esiste oppure è carente, rischiano di essere troppo valutativi e di falsare la rappresentazione della realtà. Quelli più descrittivi possono essere utili, ma costituiscono dei contenitori che non specificano le caratteristiche di ciò che contengono. Il concetto di “opinione pubblica” sembra ormai obsoleto rispetto a pubblici fortemente condizionati dai mezzi di comunicazione di massa. Il concetto di “capitale sociale” è più efficace, ma generalmente è limitato ai rapporti fra attività lavorative e relazioni sociali. Il concetto che sembra servire maggiormente per individuare qualcosa di comune, a livello culturale, riguardante questioni sociali e scelte collettive è quello di “comune cultura politica”.
Questo concetto, oltre ad indicare sia elementi esistenti sia carenze, può permettere di individuare una direzione di analisi e quindi di esprimere nuovi elementi necessari in riferimento a situazioni reali. Un suo uso efficace, tuttavia, richiede di definire meglio cosa vuol dire che elementi culturali possono essere comuni nella società attuale complessa e segmentata. In secondo luogo, ha bisogno di una più precisa definizione del termine “politica” e del rapporto fra società civile e sfera politico-amministrativa. Infine, im pli ca l’esplicitazione delle modalità con le quali tale cultura può essere creata e riprodotta.
Non pretendiamo di fornire, in questa sede, una soluzione compiuta a tali questioni, ma di porle in modo adeguato, secondo gli obiettivi generali assunti dalla rivista Magellano, per stimolare una riflessione collettiva e sperimentazioni autonome, con la convinzione che queste possano in qualche modo facilitare e orientare le decisioni da prendere in sede istituzionale.
Comune cultura “politica” e orientamento
Le questioni possono essere affrontate meglio se esiste la consapevolezza che i contenuti della comune cultura non possono essere fissati una volta per tutti e trasmessi solo attraverso una socializzazione “passiva”, basata solo sull’interiorizzazione di valori e regole di vita esistenti. Essi devono, invece, essere prodotti direttamente dalle persone coinvolte in una determinata situazione o rispetto ad una particolare questione. Questa “produzione” di valori, ovviamente, può consistere in una riformulazione di quelli dati, ma il processo di appropriazione e di adesione deve essere attivo e fondarsi su scelte consapevoli.
I contenuti di una cultura “comune” possono essere diversificati, in corrispondenza a situazioni specifiche, ma hanno in comune le competenze per produrli e le regole che riguardano le interazioni per arrivare ad intese su elementi culturali. Oggi bisogna essere consapevoli del fatto che competenze e regole procedurali permettono di arrivare a possedere contenuti che sono comuni, poiché sono stati prodotti collettivamente, e non è più realistico pensare che l’assunzione di contenuti comuni generi automaticamente il possesso di competenze. Le stesse competenze necessarie sono di tipo diverso. Mentre prima riguardavano il comportamento conforme a modelli, oggi hanno un valore costitutivo, poiché mettono in grado di coniugare autonomia e relazionalità rispetto a questioni sociali e politiche.
In questa prospettiva, è molto rilevante una competenza comunicativa che metta in grado di realizzare interazioni significative e costitutive di forme di società, e non solo di trasmettere e ricevere messaggi. Una seconda competenza rilevante mette in grado di conoscere adeguatamente se stessi e l’ambiente nel quale si vive, con consapevolezza delle difficoltà, della compresenza di gruppi diversi e di forti mutamenti. Una terza riguarda la possibilità di costruire un progetto personale e collettivo flessibile, basato su forti motivazioni ed effettivamente realizzabile. Altre competenze rilevanti si riferiscono alla necessità di costruire relazioni sociali fra persone differenti e di definire forme di organizzazione di tali relazioni, per realizzare azioni coordinate miranti ad obiettivi condivisi.
La cultura comune, costituita in prevalenza da questo tipo di competenze, può essere definita “politica” quando riguarda le questioni sociali ed economiche considerate per la loro influenza sulle condizioni di un singolo individuo. In misura molto maggiore oggi le sorti dei singoli dipendono da situazioni generali ed è necessario un aumento di consapevolezza del fatto che la posizione individuale può solo migliorare se vengono individuate soluzioni collettive. Da ciò deriva la necessità di competenze riguardanti la conoscenza delle situazioni generali e le modalità di agire collettivamente per modificarle, se è necessario. La cultura “politica” così intesa abitua, inoltre, ad una partecipazione attiva, e cioè ad occuparsi come cittadini di questioni generali, anche quando la loro soluzione non è vista direttamente come condizione della soluzione di problemi personali.
Una cultura di questo tipo si sta sviluppando, ancora con qualche difficoltà, nelle molteplici forme di volontariato, se realizzato in modo attivo e consapevole, nella creazione spontanea di reti di relazioni fra persone interessate ad una questione che ritengono rilevante, nell’azione di movimenti che tematizzano un interesse collettivo e lottano per la sua soddisfazione e nei conflitti sociali fra gruppi, quando questi mirano ad intese che mantengano e valorizzino le specificità e ad un riconoscimento reciproco delle varie posizioni. Il suo sviluppo ulteriore potrebbe essere favorito da strutture pubbliche. Generalmente non si ritiene che sia possibile riprodurre e sviluppare con strumenti amministrativi una cultura comune, specialmente di natura politica, e ciò può essere vero per quanto riguarda i contenuti di tale cultura, anche per evitare i pericoli dell’imposizione dall’alto di valori da condividere. È, tuttavia, possibile concepire che strutture pubbliche abbiano come obiettivo lo sviluppo di competenze, che permettano alle persone reali di creare autonomamente contenuti culturali condivisi.
Questa è una funzione dell’orientamento formativo, che può attribuire un senso unitario a molte innovazioni nella didattica (ad esempio, l’intercultura, l’individualizzazione dell’insegnamento, la definizione di nuovi cicli). Inoltre, i risultati più significativi possono riguardare proprio la capacità da parte dei giovani di orientarsi e di “gestire” le situazioni di mutamento e di complessità disorganizzata che, come ho indicato in precedenza, stanno generando difficoltà per altre dimensioni dell’orientamento, quali la diffusione d’informazioni e la transizione al lavoro.
Tutto ciò costituisce una sfida per i docenti e per le istituzioni educative. Ci sarebbero molte ragioni per non accogliere tale sfida, a causa della mancanza di risorse, di orientamenti e di strumenti a disposizione, ma credo che molti dei docenti delle scuole e delle università possano, come in altre occasioni, realizzare un impegno efficace anche in una fase di incerta transizione e quindi creare e utilizzare, per quanto li riguarda, quella “comune cultura politica” che appare necessaria per i loro studenti.
Editoriale pubblicato su Magellano. Rivista per l’orientamento Anno III ottobre 2002 n. 12 pp. 1-3. Per gentile concessione di Magellano. Rivista per l’orientamento. Iter Institute for Training Education and Reserach, Firenze.