La casa brucia

Questa rivista telematica dovrebbe essere un luogo virtuale di discussione, il luogo ideale per delle parole, in cui invitare contributi su questi temi, raccogliere opinioni ed esperienze e diffonderle ad un più vasto pubblico, sollecitare l’attenzione e vincere il generale senso di disillusione che si respira. Bisogna, per esempio, affrontare il problema di chiarire “dove stanno andando gli altri”, e cioè gli altri paesi d’Europa che insieme a noi hanno firmato i vari protocolli, da Bologna a Lisbona ed oltre.

“La casa brucia!” era una delle metafore preferite di un vecchio maestro di una mia parentesi americana. Lui la usava per comunicarci il suo “fuoco sacro”, la sua urgenza di lavorare, di ricercare e di produrre risultati. Non sempre sono stato in completa sintonia con lui su questo tema… ma questo è un altro discorso.

Ho ricordato questa metafora pensando a quanto sta accadendo oggi in Italia – ma il fenomeno sotto certi aspetti è mondiale – nel campo della formazione, ed in particolare in quello dell’alta formazione, dove “puzza di bruciato” si sente un po’ dovunque e noi “operatori” del sistema siamo costretti il più delle volte a fare da pompieri e spegnere piccoli e grandi focolai che spontaneamente nascono in ogni dove. E tutto questo senza aver un momento di tregua per poter pensare: “Ma dove stiamo andando?”

Il fatto è che in Italia, ormai dal lontano 1989, l’alta formazione è sottoposta ad una continua frenesia riformistica che, essendo oggetto, di volta in volta, di spinte politiche ed ideologiche anche molto diverse, segue un percorso a dir poco incerto e ondeggiante. Si badi, non è che non ci fosse una pressante esigenza di riformare il vecchio sistema dell’alta formazione, e neanche si può dire che le motivazioni e le idee portanti che hanno prodotto sia la riforma Ruberti che quella Berlinguer fossero sbagliate. Anzi chiunque guardasse con occhio non condizionato lo stato dell’Università di quegli anni, avrebbe subito rilevato la sua inadeguatezza ai mutamenti sociali che si erano ormai consolidati. È la ben nota contrapposizione tra università di élite e università di massa, che alcuni hanno rilevato potersi vedere anche come passaggio da una università degli studi ad una università degli studenti, con tutto il buono ed il cattivo che questa definizione comprende. Era la nascita di un università che non aveva più come compito fondamentale la formazione di una classe dirigente a tutti i livelli, ma bensì la formazione di un più ampio strato sociale – al limite, tutta la popolazione – che possedesse quegli strumenti, quelle competenze e quelle abilità necessarie a vivere attivamente in una “società  basata sulla conoscenza”.

Non vogliamo, né  possiamo in questa sede rifare tutto il percorso che in questi anni ci ha visti protagonisti attivi o passivi, e a volte entrambi, perché forse abbiamo creduto di controllare e poter guidare un processo, che poi si è invece dimostrato ingovernabile. Sono cose che tutti sappiamo e abbiamo vissuto sulla nostra pelle.

Qualche parola soltanto sul tema che ci è più vicino, quello dell’orientamento. Nell’ottica delle modificazioni di cui si è fatto cenno in precedenza, le politiche dell’orientamento diventavano fondamentali, sia perché si avvicinava all’università una massa di individui “disorientati” – molti di loro erano i primi, nel loro ambito familiare, ad accedere all’alta formazione – ma anche perché il sistema non voleva dover sostenere l’onere aggiuntivo di troppe scelte sbagliate, di conversioni e di abbandoni non essenzialmente giustificati. Il guaio è che cambiamenti di tale portata, e la stessa introduzione di politiche ed abitudini così innovative, avrebbero richiesto l’immissione di un’adeguata mole di risorse, cosa che invece non c’è mai stata ed anzi è iniziato un periodo di graduale e drammatica riduzione dei fondi a disposizione delle Università. Allora, molto spesso, si è arrivati all’assurdo di caricare l’orientamento di compiti che non era nelle sue capacità affrontare e che avrebbero invece richiesto la soluzione di endemiche carenze strutturali del sistema formativo nel suo complesso. Oggi siamo al punto che ci viene chiesto di orientare verso una università in continuo cambiamento, che neanche noi più riconosciamo, con un livello culturale che si è drammaticamente ridotto e con finalità perlomeno poco chiare.

Val la pena di notare che il passaggio alla nuova normativa introdotta dalla 270, implica un cambiamento di rotta non banale: mentre il meccanismo del 3+2 si inseriva molto bene in un’aspirazione ad una formazione permanente, l’anglosassone “long life learning”, le nuove strutturazioni quadriennali o quinquennali ripiegano di fatto verso una più tradizionale politica della formazione concentrata in un unico periodo. Abbiamo tutti verificato le difficoltà del 3+2, almeno nel modo in cui è stata attuato, “culpa nostra”, ma questo ritorno al passato come lo giustifichiamo? Abbandoniamo la “continuous education”? Non siamo ancora pronti ad una formazione che ci veda entrare ed uscire dall’Università per uscire ed entrare nel mondo del lavoro, o quest’aspirazione è del tutto impraticabile? Bene tutto questo non ci è stato detto e, quel che è più grave, non ce lo siamo chiesto.

Queste considerazioni credo impongano a noi di GEO di risalire l’originario percorso Giovani – Educazione – Orientamento, perlomeno fino al secondo gradino, Educazione, e domandarci noi dove stiamo andando; anche se una puntata al primo gradino (Giovani) non sarebbe neanche sconsigliabile visto che, almeno nei paesi occidentali, la condizione giovanile tende a confondersi con quella studentesca.

Questa rivista telematica dovrebbe essere un luogo virtuale di discussione, il luogo ideale per delle parole, in cui invitare contributi su questi temi, raccogliere opinioni ed esperienze e diffonderle ad un più vasto pubblico, sollecitare l’attenzione e vincere il generale senso di disillusione che si respira. Bisogna, per esempio, affrontare il problema di chiarire “dove stanno andando gli altri”, e cioè gli altri paesi d’Europa che insieme a noi hanno firmato i vari protocolli, da Bologna a Lisbona ed oltre. Bisognerebbe chiedere a colleghi delle maggiori nazioni europee – inglesi, francesi, tedeschi – di partecipare alla nostra discussione facendoci un quadro della loro situazione. Credo che questo sia un punto che sia utile chiarire. Ma ce ne sono molti altri.

Tutti oggi si riempiono la bocca con espressioni altisonanti e dichiarano che la nostra è l’era della conoscenza, l’era di un mondo basato sulla conoscenza e sulla scienza. Pure, a ben guardare, forse è questa è una delle epoche che più teme la scienza. È vero che spesso si confonde scienza con tecnologia, scienza con applicazioni della scienza, ma chi potrebbe condannare completamente queste confusioni e negare che tra scienza e sue applicazioni, tra scienza e tecnologia, ci sono tanto intimi legami?

Il fatto è che dalle tragiche esplosioni di Hiroshima e Nagasaki si è spezzato qualcosa nel rapporto di fiducia che le grandi conquiste dell’ottocento e del primo novecento avevano generato nell’umanità. Il dramma di Chernobyl e poi una cattiva informazione sulle prospettive aperte dalla genetica a dalle biotecnologie, hanno inferto altri colpi letali a questo rapporto. Non è un caso che oggi trionfino atteggiamenti irrazionali, a volte mistici – le culture orientali, o meglio una loro semplicistica interpretazione, vanno per la maggiore – se non addirittura un completo rifiuto di affrontare qualsiasi problematica e lasciarsi intronare da una musica assordante e rimbambire dalla televisione. È compito dell’ Educazione affrontare questi problemi, ma con quali strumenti?

Una volta si diceva che i grandi attori della formazione erano la famiglia, l’ambiente, le letture e la scuola. Poi si è inserita prepotentemente la televisione ed oggi direi che domina la rete. Attenzione però che la famiglia, per tanti motivi che tutti conosciamo, perde sempre più posizioni, la lettura è quasi completamente scomparsa e l’ambiente viene a volte addirittura sostituito da quello virtuale, delle rete. Se si aggiunge poi che la televisione più che educare diseduca e che la rete nella migliore delle ipotesi è un invito ad un atteggiamento superficiale, quando non produce veri e propri danni, essenzialmente dovuti alla mancanza di quegli strumenti culturali che consentono di distinguere il plausibile dal palesemente falso, il quadro è completo ed è preoccupante. E pure, in tutto questo contesto noi pretendiamo di educare quasi alla stessa maniera del “secolo scorso”. Oggi l’informazione è dovunque a portata di “mouse”; quindi bisognerebbe tendere a insegnare “concetti”, non “cose”, che queste ce le può fornire la rete con grande semplicità. Ma obbiettivamente noi non sappiamo come si fa ad insegnare “concetti” senza insegnare anche “cose”, anzi tendiamo a insegnare prevalentemente queste ultime, perché è più facile, o forse perché abbiamo dimenticato come si fa ad insegnare concetti. Il risultato è alienante e tra l’altro ha la conseguenza che non riusciamo più ad interessare neanche i migliori, che vengono frustrati e delusi. Anche questo è un tema che andrebbe discusso.

Insomma, per concludere, senza alcuna pretesa di essere stato esaustivo – e senza naturalmente farci distogliere dal nostro primario obiettivo, che è quello di discutere delle problematiche dell’orientamento, della sua evoluzione in una società così radicalmente modificata dalle tecnologie dell’informazione – vorrei però  che ci domandassimo anche: Orientare, ma a quale Educazione, per quale società futura e, soprattutto, quali Giovani!

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